Ti presento la GREEN FASHION!
- Il mio guardaroba verde
- 27 mar 2022
- Tempo di lettura: 7 min
Aggiornamento: 6 apr 2022

La chiamano Green Fashion, a volte anche “Slow fashion” e non è una moda tipica dei giorni moderni. Il New York Times ha dedicato un articolo alla moda verde: s’intitolava “The Green Movement in the Fashion World”. (figura 1) Nello stesso periodo l’autorevole voce di Vogue scriveva, nelle sue pagine, uno speciale sulla moda sostenibile e parliamo di articoli pubblicati nel 1990, quindi è evidente che la Slow Fashion ha radici assai profonde: fu nei primi anni Novanta che gli stilisti iniziarono a sperimentare i primi tessuti eco-compatibili e nel mondo della moda si diffondeva il concetto di riciclo creativo, ovvero quella pratica virtuosa di ideare nuove modalità di utilizzo degli oggetti caduti nell’obsolescenza, evitando dunque la generazione di rifiuti e, al contempo, sviluppando soluzioni originali ed economiche per l'abbigliamento. La green fashion riesce a innescare, nella mente dei consumatori, una certa coscienza ambientale perché diffonde e segue alcuni degli obiettivi di sviluppo sostenibile (SDG) conosciuti anche come Agenda 2030 delle Nazioni Unite. L’Agenda 2030 (anno entro cui i firmatari si impegnano a realizzare gli SDG) è intitolata “Trasformare il nostro mondo. L’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile”, ed è il programma d’azione firmato il 25 settembre 2015 dai 193 stati che compongono l’Assemblea Generale dell’ONU e si basa su 17 obiettivi (figura 2) per raggiungere uno sviluppo che sia sostenibile e cioè che soddisfi i bisogni attuali senza compromettere quelli delle generazioni future. Ma cosa hanno a che fare con la moda? Integriamo gli SDG delle Nazioni Unite in questo settore, per affrontare le questioni ambientali e sociali legate alla produzione e al consumo di abbigliamento: attuazione di strategie di progettazione sostenibile, promozione dell'uso di tecnologie sostenibili e gestione appropriata delle risorse in tutta la fornitura tessile filiera, proponendo nuovi modelli di business e coinvolgendo i consumatori per migliorare le abitudini di consumo. Gli SDG interessati maggiormente sono il n. 4 “Istruzione di qualità”, il n. 9 “Imprese, innovazione e infrastrutture”, il n. 12 “Consumo e produzione responsabili”, e il n. 13 “Lotta contro il cambiamento climatico”, ma l’iniziativa mira a offrire ai destinatari una visione complessiva di tutti i 17 obiettivi.


Stilisti e designer, sfruttando materiali riciclati, riescono a lanciare sulle passerelle abiti di alta moda dal grande valore estetico. Un esempio tra tanti è Catherine Edouard Charlot che, raccogliendo ombrelli trovati per le strade di New York, è riuscita a confezionare abiti da sera e una collezione di borse della collezione “himane”. (figura 3)
La nuova moda va a sfruttare tessuti abbandonati nelle vecchie fabbriche tessili fino a recuperare materiali in disuso dal 1942. Quando non si tratta di tessuti riciclati, la materia prima impiegata nella moda eco-friendly deve essere caratterizzata da un basso impatto ambientale, come lo sono le materie prime biologiche: cotone coltivato senza pesticidi e coloranti tessili privi di sostanze chimiche dannose per l’ambiente. L’abbigliamento e gli accessori della Green Fashion dovrebbero essere realizzati per durare nel tempo e, una volta terminato il loro ciclo di vita, non dovrebbero dare problemi di smaltimento. Si avverte quindi, la dicotomia di due modi di “fare moda” totalmente differenti: Slow Fashion Vs Fast Fashion. Fast fashion è un termine coniato nel 1989 dal New York Times in occasione dell’apertura del primo negozio Zara a New York, in netta contraddizione con la sostenibilità. Questo business genera 37 tonnellate di anidride carbonica per ogni tonnellata di abiti prodotti e questo dato influisce sul posizionamento dell’industria della moda con riferimento all’ inquinamento, collocandosi al secondo posto tra i segmenti industriali più inquinanti al mondo. La moda veloce, a basso prezzo e “usa e getta” ha provocato l’aumento dell’acquisto di abiti e, di conseguenza, anche l’aumento della produzione tessile, portando a raddoppiare negli ultimi 30 anni la quota di abiti pro-capite, da 5,9 kg a 13 kg, parlando così di sovrapproduzione. Per questa produzione si consumano 1.500 miliardi di litri d’acqua l’anno e si producono 92 tonnellate di rifiuti che occupano il 5% delle discariche globali, provocando danni ambientali che impattano sugli ecosistemi acquatici, terrestri e atmosferici, infatti sono circa 59.000 le tonnellate di abiti che vengono dalla Cina, dal Bangladesh, dall’Asia e U.S.A. e almeno 39.000 tonnellate, però, rimangono invendute. Si tratta di abiti non riciclabili, ovvero non realizzati con materiali biodegradabili, oppure tinti con sostanze chimiche tossiche per l’ambiente. La fast fashion non impatta solo sull’ambiente: dietro questo modo di fare moda si nasconde lo sfruttamento di esseri umani, la discriminazione, lo schiavismo e il lavoro minorile. Quindi, Fast Fashion = sovrapproduzione + infima qualità + spreco + danni ambientali + fast production + sfruttamento forza lavoro + numero limitato di volte che il capo viene indossato. Se il fast fashion, nel suo meccanismo complessivo globale, è tutto questo, è anche necessario, come consumatori, porsi di fronte al fenomeno con un atteggiamento positivo: se di fronte ad un acquisto ci domandassimo se quello che stiamo per acquistare ci serva realmente, probabilmente, almeno nel 90% dei casi, la risposta sarà NO! Se poi riuscissimo a far ricadere le nostre scelte di acquisto su capi da acquistare in un negozio di seconda mano, potrebbe essere un tassello altrettanto importante per supportare la sostenibilità. Un’altra cosa importante sarebbe saper leggere l’etichetta del capo di abbigliamento: Controllate le etichette dei vostri abiti e cercate se è presente una delle certificazioni tessili come ad esempio le norme ISO (International Organization for Standardization) che garantiscono la qualità delle materie prime, la loro tracciabilità, l’impatto ambientale e il rispetto dei diritti dei lavoratori coinvolti nelle filiere tessili. La parola ISO significa uguale, proprio perché formulano norme, criteri, parametri e regole che possono essere applicate da tutti in modo uniforme e coerente, valide a livello internazionale. La ISO 9001 è la norma internazionale per i Sistemi di Gestione per la Qualità (SGQ): sono una serie di norme che riguardano i sistemi di gestione della qualità sul luogo di lavoro, cioè le strutture organizzative che le imprese pubbliche e private devono adottare per raggiungere i risultati promessi al cliente finale. Quindi la ISO 9001 è un certificato di qualità che assicura al cliente che gli standard utilizzati all’interno dell’azienda rispettano le regole imposte dall’ISO. Queste norme devono essere gestite perché aiutano a contenere i costi, assicurando le caratteristiche dei prodotti e servizi offerti diminuendo il problema dei resi; concorrono allo sviluppo dell’economia fornendo una solida base all’innovazione e alla ricerca; contribuiscono a migliorare la comunicazione facilitando la stipulazione dei contratti; ottimizzano il rapporto clienti/fornitori; supportano il legislatore e concorrono alla tutela della sicurezza. La seconda categoria di ISO ad oggi molto corteggiata dalla moda è la famiglia della norma ISO 14000: questa si occupa invece del tema ambientale, fornendo linee guida ed indirizzi tecnico-pratici per quelle imprese che vogliono intraprendere un percorso di miglioramento in termini di sostenibilità ambientale. La norma 14001, per esempio, offre strumenti atti a monitorare il ciclo di vita dei prodotti (dalla produzione alla vendita), ma si occupa anch’essa di tutte quelle attività del processo aziendale che hanno un impatto sulla tutela sostenibile dell’ambiente, offrendo indirizzi concreti su come monitorare il tutto tramite percorsi interni di audit, ovvero un processo di verifica e revisione. La norma 14024 stabilisce i principi e le procedure per lo sviluppo di programmi di etichettatura ambientale, includendo la selezione delle categorie di prodotto, dei criteri ambientali di prodotto e delle caratteristiche funzionali di prodotto, e per la valutazione e la dimostrazione della conformità, stabilisce inoltre le procedure di certificazione per l'assegnazione dell'etichettatura. Un altro marchio europeo usato per certificare il ridotto impatto ambientale dei prodotti offerti dalle aziende è EU- Ecolabel, il quale certifica i prodotti compatibili con l’ambiente consentendo al consumatore di riconoscere attraverso un marchio il rispetto dell’ambiente da parte del prodotto in tutto il suo ciclo di vita, che può così diversificarsi dai concorrenti presenti sul mercato, mantenendo elevati standard prestazionali ambientali. Possiamo considerare le certificazioni tessili come la base di partenza per definire una moda sostenibile e quindi, acquistare prodotti di moda certificati equivale a salvaguardare la salute del nostro pianeta, quella di noi esseri umani e di tutte le creature viventi. I consumatori, soprattutto all’estero, sono molto attenti a bollini e certificazioni di autenticità e tracciabilità di tutta la filiera tessile. Ma come si leggono le etichette? Sono una sorta di carta d’identità di ciascun capo d’abbigliamento, un quadro sintetico che aiuta a usarlo nel modo migliore, a capire che cosa stiamo indossando, a curarlo nel tempo e quindi a non rovinarlo. Le etichette dei vestiti, di solito, appaiono in qualsiasi prodotto e linea, a meno che non si tratti di un falso o di un pezzo arrivato dalla Cina. Le informazioni basilari che dobbiamo imparare a leggere sono, in generale, di due tipi. Nel primo gruppo di informazioni, ci si riferisce alle modalità da seguire per il lavaggio (a mano, in lavatrice, a secco), per la stiratura e per l’asciugatura. Questa parte di notizie è quella fondamentale per non rovinare i capi di abbigliamento e per farli durare a lungo. Nella seconda categoria di informazioni rientrano, invece, le notizie riguardanti la tracciabilità del prodotto: per tracciabilità intendiamo un sistema che permette al consumatore di conoscere tutta la strada che ha fatto quel prodotto prima di arrivare nelle sue mani, quindi si cerca di ricostruire l’intero ciclo di realizzazione partendo dall’origine dei singoli elementi che lo compongono (materie prime, componenti), fino alle singole fasi di produzione, per concludersi con il passaggio al consumatore. Nelle etichette quindi troveremo informazioni sul produttore, sul marchio, sul luogo di produzione e sul tipo di tessuto utilizzato, e già qui possiamo farci un’idea del capo di abbigliamento che stiamo indossando. Non tutte le aziende si preoccupano di tracciare i loro prodotti, anche perché questo è un processo che costa e, purtroppo, non obbligatorio nel settore della moda. I vantaggi di avviare questo processo sono però molteplici, come ad esempio la trasparenza del processo produttivo e dei luoghi di lavorazione, la riduzione del lavoro minorile, prevenzioni di problemi di salute e sostenibilità. Da oggi, come per i prodotti alimentari, preoccupati anche tu di quello che compri e di cosa indossi.. VESTI BENE, VESTI VERDE!!




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