Moda sostenibile: tra ieri e oggi
- Il mio guardaroba verde
- 28 mar 2022
- Tempo di lettura: 4 min
Aggiornamento: 17 apr 2022
Coltiva la moda
Sin dall’epoca dell’antico Egitto, il filo rosso della moda intreccia saldamente tessuti, agricoltura e donne, alle quali venivano affidate le culture e la cura dell’agro. Proprio le donne scoprirono i vantaggi dell’utilizzo della canapa, del lino, del gelso e della seta, come materie prime di produzione di stoffe e tessuti impiegabili non soltanto nel vestiario maschile e femminile, ma anche negli oggetti del quotidiano, come stuoie e cordoni.

Il lino, ad esempio, era la fibra usata più comunemente presso gli antichi, grazie alla sua versatilità, la quale permette al Linum usitatissimum di poter essere utilizzato al fine di produrre sia tessuti, che olii e unguenti particolarissimi, utili in cosmetica per la cura dei capelli e del corpo, che in cucina. I tessuti in lino, nel particolare, erano facili da pulire e sbiancare naturalmente, senza l’uso di agenti chimici, potremmo dire oggi, anche se più complessa era la loro tintura, che tramutava il colore naturale, proprio del lino, in un bellissimo rosso carminio, responsabile di una metamorfosi cromatica ad agenti del tutto naturali, come l’ocra e il Carthamus tinctorius. Tra le altre importanti fibre vegetali, troviamo la canapa, combinata con il lino per ottenere un filato più rafforzato, o trattata semplice per la realizzazione di sacchi, corde e vele, ed, ovviamente, la lana, quella fibra naturale ottenuta dagli ovini e conigli.

La lana, a differenza del lino, era molto più facile da tingere, per cui si diffuse molto più velocemente, non soltanto tra gli Egizi, ma anche tra altri popoli, primi fra tutti i Greci. Se gli Egizi preferivano non impiegare la lana, poiché considerata impura, data la sua origine, in qualche modo, animale, i Greci, invece, riuscirono a sfruttare al meglio questa fibra naturale, utilizzandola per la realizzazione di pepli, tuniche, toghe e mantelli. Sia per gli uomini, che per le donne, l’abbigliamento comune prevedeva una tunica di lana bianca, chiamata chitone nel caso del vestiario maschile. Il chitone consisteva in un drappo di stoffa rettangolare e lungo fino ai polpacci, ed il modo in cui veniva indossato era indicatore della classe sociale di appartenenza dell’individuo stesso; gli uomini spesso, sopra il chitone, indossavano un mantello, l’himation, ovvero l’equivalente del pallio romano, sopra la spalla sinistra e sotto la spalla destra.

Dolce Far Niente, John William Godward, 1904
Il corrispondente capo d’abbigliamento femminile era il peplo, indossato per la maggior parte dei casi dalle fanciulle, che usavano cingere il punto vita con una cintura, il kolpos. Anche in questo caso, i tessuti e i colori utilizzati si facevano sempre più ricercati e particolari via via avvicinandosi ad una classe sociale più elevata. Tra i colori più utilizzati, il giallo, il bianco, il turchese e il rosso, resi dall’impiego di coloranti vegetali, come lo zafferano e la curcuma per il giallo, oppure quello ricavato dagli insetti Kermes, che abitavano le querce di Kermes, appunto, e la porpora per ottenere il rosso, l’indaco e il guado per il blu. Non solo… la lana veniva utilizzata anche per la realizzazione di cappotti, capispalla e calzature, spesso in feltro di lana. Più avanti, i tessuti ottenuti tramite la fibra derivante dal vello delle pecore divennero di seconda scelta, a seguito della scoperta degli alberi portatori di lana, ovvero il Gossypium, la pianta del cotone.

Al giorno d’oggi, con l’avvento-ritorno dell’eco fashion e della moda sostenibile, le cosiddette fibre tessili ecologiche sono tornate ad essere impiegate con maggior frequenza nella realizzazione di stoffe e tessuti, che non impattano in alcun modo l’ambiente, se non positivamente. Ritroviamo la canapa, che si presta perfettamente al tema della sostenibilità ambientale e del rispetto delle risorse naturali: si tratta, infatti, di una pianta che cresce in maniera spontanea, senza aver bisogno di attenzioni particolari, e ciò fa sì che vengano utilizzate in minor quantità le risorse idriche a nostra disposizione ed anche le sostanze chimico-tossiche, presenti tra i fertilizzanti e gli insetticidi presenti in agricoltura. Se il trattamento della canapa è rimasto in grandi linee lo stesso di quello dei tempi degli Egizi, tutto cambia nei riguardi del cotone, che, come sappiamo, specialmente a partire dalla prima rivoluzione industriale, ha contribuito, con le sue coltivazioni intensive, alla distruzione di interi ecosistemi. Per questo esatto motivo, tra le fibre tessili ecologiche del nostro tempo, parliamo di cotone biologico, ovvero il cotone frutto di una agricoltura più attenta, responsabile, ecologica e pulita, e cotone riciclato, figlio della moda circolare, di cui parleremo nei prossimi articoli. Stesso discorso vale per la lana biologica, che si differenzia dalla comune lana, in quanto questa non rientra nella categoria dei tessuti ecologici a causa dei danni arrecati all’ambiente e al mondo animale, mentre la lana bio rispetta il più possibile gli ecosistemi, i diritti animali, garantendo allevamenti non intensivi e una filiera di produzione più attenta. Nell’elenco delle fibre tessili ecologiche oggigiorno utilizzate, di particolare rilievo sono ancora una volta il lino, lo juta, il caucciù (non fibra, ma gomma naturale impiegabile nella realizzazione di suole per calzature), la viscosa, il bamboo e l’ orange fiber, derivante dagli scarti di agrumi.




Commenti