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Le tacite vittime della moda

  • Immagine del redattore: Il mio guardaroba verde
    Il mio guardaroba verde
  • 5 apr 2022
  • Tempo di lettura: 2 min

Aggiornamento: 17 apr 2022

«Nessun bambino dovrebbe impugnare mai uno strumento di lavoro. Gli unici strumenti di lavoro che un bambino dovrebbe tenere in mano sono penne e matite

H&M, Zara, OVS, Primark, Nike: cosa hanno in comune questi brand insieme a tanti altri? No, non è il settore in cui operano, ovvero quello dell'abbigliamento e della moda, ma il lavoro minorile di migliaia e migliaia di bambini sfruttati e trattati come macchine. Illusi dalla promessa di poter avere una vita migliore, con il vitto giornaliero garantito e uno stipendio abbastanza modesto, i piccoli vengono poi costretti a lavorare più di 12 ore al giorno in stanze piene di macchinari e materie prime di scarsa qualità, nella loro postazione di lavoro da mezzo metro, che si ripete, bambino per bambino, lungo tutta la stanza. Lo sfruttamento dei minori in ambito lavorativo è, purtroppo, un fenomeno molto diffuso, più di quello che si possa credere, in tutti i settori dell'industria di oggi, tra questi spicca quello tessile e della moda.


Assunti dai grandi marchi, per poi essere dimenticati, usati, sfruttati per fare ciò che mani più grandi, con dita meno snelle, e più tozze, non possono fare. Nel settore tessile, sono coinvolti Bangladesh, Cina, Etiopia, India e Nepal; nell'industria della pelle, Bangladesh, India e Pakistan; per le calzature, Bangladesh, Brasile, India, Indonesia e Cina.


Tutti settori accomunati dal fattore di rischio che mette in pericolo la salute dei bimbi, che si trovano a contatto con sostanze chimiche, come formaldeide e cloruro di polivinile, o anche polvere di silicio, comunemente utilizzata per lo sbiancamento del tessuto di jeans.




Tutto appare ancora più spaventoso se si pensa che l'età dei bimbi lavoratori va dai 5 anni fino ad una età più matura.



Sono più di 5 milioni i bambini sfruttati in settori ad alto rischio, come quello delle riparazioni meccaniche ed elettroniche e non solo.


I marchi occidentali, committenti delle fabbriche tessili bengalesi, sono corresponsabili delle condizioni di sfruttamento in cui versano i dipendenti.

Gli operai lavorano 12-14 ore al giorno, fanno straordinari obbligatori e salari bassissimi: uno stipendio dignitoso equivale a 337 euro, mentre il salario minimo si ferma a 54 euro. E gli ambienti sono pericolosi: chi va a lavorare in una fabbrica tessile, rischia di non tornare a casa”: queste le parole di Deborah Lucchetti, a nome della campagna Abiti Puliti.

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