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Le microplastiche e la moda

  • Immagine del redattore: Il mio guardaroba verde
    Il mio guardaroba verde
  • 11 apr 2022
  • Tempo di lettura: 4 min

Aggiornamento: 17 apr 2022

«Non illudiamoci che riciclando le bottiglie di Pet si sia risolto il problema. Nella trasformazione si consumano energie e comunque il poliestere è sempre plastica: basta fare una lavatrice e le microplastiche finiscono nell’acqua di scarico e nei nostri mari», dice Marina Savarese, imprenditrice del marchio sostenibile Sartoria letteraria e docente al Poli moda di Firenze.


Gli esperti erano al corrente delle microplastiche da un bel po’, gli ecologisti anche.. ma i consumatori? Hanno dovuto scoprire da una trasmissione tv Rai che i nostri oceani sono ormai infestati da microscopici residui di plastica. Il problema della plastica è che rimane chimicamente plastica e non torna nell'ecosistema, la maggior parte di essa è così resistente, che né i microbi del terreno né l'acqua possono romperne i legami chimici. Un'oceanografica, Jennifer Brandon, ha analizzato campioni di acqua di mare e salpe (da non confondersi con gli omonimi pesci), invertebrati gelatinosi che si nutrono di fitoplancton filtrato dall'acqua. Il loro stomaco era un ricettacolo di microplastiche: delle cento salpe analizzate, il 100% aveva microplastiche nello stomaco. Tutto questo ha ripercussioni anche su noi umani dato che nonostante non ci nutriamo direttamente di salpe, esse sono alla base della catena alimentare: se un pesce mangia una salpa, e noi mangiamo quel pesce la microplastica finisce indirettamente anche nel nostro stomaco. Ogni chilometro quadrato di oceano contiene in media 63.320 particelle di microplastica, il Mediterraneo è uno dei mari più inquinati al mondo: qui si concentra il 7 per cento delle microplastiche a livello globale. Per questi motivi il problema della plastica nei mari e negli oceani è stato collocato tra le sei emergenze ambientali più gravi e se non interveniamo subito, entro il 2050 ci sarà più plastica che pesce nei nostri mari.

Su milioni di miliardi di microplastiche presenti negli oceani, l’IUCN (Unione Internazionale per la Conservazione della Natura) stima che il 35% derivi proprio dal lavaggio dei capi d’abbigliamento. Sappiamo che l’88% degli italiani colloca la difesa dell’ambiente tra i valori più importanti della società odierna, ma sappiamo anche che, di fronte a evidenze del genere, è facile sentirsi impotenti. Dobbiamo davvero rassegnarci a essere corresponsabili dell’inquinamento dell’Artico? Per evitare il disastro ambientale basterebbe iniziare ad usare sacchetti speciali in cui inserire i propri indumenti sintetici prima di metterli in lavatrice in modo che l’acqua passi e le microplastiche restino all’interno, oppure smettere di produrre valanghe di abiti di plastica perché dove va a finire l’invenduto e come viene smaltito? Noi, nel ruolo di consumatori, possiamo fare la nostra parte per ridurre l’impatto e come sempre è necessario partire dalla consapevolezza: conoscere quello che indossiamo è importante esattamente quanto la storia dei cibi che portiamo in tavola. Per dare una risposta concreta alle perplessità di chi ha a cuore il pianeta, abbiamo messo a punto un piccolo vademecum per un look a prova di microplastiche, dieci consigli semplici e alla portata di tutti.

  1. Rispetto all’acrilico e al poliestere, è bene prediligere i tessuti misti o meglio ancora i tessuti naturali. Per fare una classifica, l’acrilico rilascia in lavatrice circa il doppio dei micro-frammenti fibrosi rispetto al poliestere.

  2. Tra le fibre sintetiche, sono da preferire quelle di ultima generazione a struttura chiusa come ad esempio il nylon 66, un tipo di poliammide particolarmente resistente che non perde facilmente “pezzi”.

  3. Un capo di qualità avrà un prezzo maggiore, ma durerà molto più a lungo nel tempo. Il second hand è una valida opportunità per accaparrarsi capi delle grandi firme a costi accessibili.

  4. Lavare a basse temperature è una pratica dai numerosi vantaggi: per citarne alcuni, riduce il rilascio di microplastiche e di colori, diminuisce il consumo di energia e allunga la vita dei capi. Da sottolineare anche il fatto che le microplastiche si disperdono soprattutto durante i primi otto lavaggi: un altro buon motivo per far durare i capi ben più di una stagione.

  5. Praticare il lavaggio a pieno carico ci permette di risparmiare acqua ed energia, ma non sappiamo che comporta una minore frizione tra gli indumenti e abbassa il rapporto acqua-tessuti. Il risultato? Meno microplastiche nell’ambiente.

  6. È buona norma impostare centrifughe a bassa velocità ed evitare i programmi lunghi.

  7. Scegliere detergenti neutri (meglio i liquidi rispetto alle polveri) che danneggiano meno il tessuto, perché più aggressivo è il detergente, più frammenti vengono rilasciati.

  8. L’aggiunta di un ammorbidente al detersivo limita la rottura delle fibre e abbatte il rilascio di micro-frammenti di oltre il 35%.

  9. Di norma si focalizza l’attenzione sul lavaggio, ma in realtà anche l’asciugatrice libera grandi quantità di microplastiche. Meglio tornare al buon vecchio stendino!

  10. In commercio esistono utili filtri che raccolgono le microplastiche rilasciate dagli indumenti, che vanno poi rimosse a mano e buttate nell’immondizia. Due esempi? Guppyfriend (una washing bag per i capi sintetici) e Cora Ball (una “palla” da mettere nel cestello).











A marzo 2022 l’UE ha annunciato una serie di proposte per contrastare il fenomeno della “moda veloce” rendendo l’abbigliamento più facile da riparare e più duraturo. La ‘moda veloce’ dovrebbe diventare fuori moda e i servizi di riutilizzo e riparazione economicamente redditizi dovrebbero essere ampiamente disponibili. Il piano, che ora sarà negoziato dagli Stati membri e dai legislatori dell’UE, mira a garantire che entro il 2030 i tessuti venduti nell’UE vengano realizzati il più possibile con fibre riciclate in modo da contenere il rilascio di microplastiche, verrebbe introdotta un’etichettatura sugli indumenti che specifichi quanto siano facilmente riciclabili e rispettosi dell’ambiente, sarebbe inoltre vietata la distruzione di prodotti invenduti.

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